Si chiamano “Influencer” e sono quelle persone che, dopo aver provato sulla propria pelle un prodotto condividono le proprie esperienze e conoscenze con gli altri su diverse piattaforme social, utilizzando diversi strumenti: dai video su YouTube, agli articoli sui blog fino ad arrivare alle Stories di Instagram!

È noto il fenomeno di Chiara Ferragni e del suo Blog “The Blond Salad”, diventato anche uno dei celebrati casi dell’Harvard Business School. Per Forbes è la più importante influencer al mondo nel campo fashion, trasformando sé stessa in un brand e in un impero commerciale, dal valore di 9milioni di dollari partendo da un blog e in poco meno di 10 anni.
La Ferragni inizia così la sua avventura nel campo della moda, sempre in prima fila nelle sfilate più importanti, seguita ed amata sulle varie piattaforme social e ad oggi conta oltre 10 milioni di followers su Instagram.

Influenza e Intelligenza Emotiva

In realtà il concetto di “influenza” è da sempre oggetto di studio nella formazione manageriale e spesso negli scritti di management l’idea generata dallo scrittore è in grado di diffondersi così rapidamente da farlo assurgere a vero e proprio “guru”.

È il caso, per esempio, del concetto di ”Intelligenza Emotiva”: trattato la prima volta nel 1990 dai professori Peter Salovey e John D. Mayer che definiscono l’intelligenza emotiva come «La capacità di controllare i sentimenti ed emozioni proprie ed altrui, distinguere tra di esse e di utilizzare queste informazioni per guidare i propri pensieri e le proprie azioni» e tuttavia approfondito e reso noto a una gamma ben più ampia di fruitori da Daniel Goleman qualche anno dopo, con la pubblicazione del suo libro in materia, intitolato infatti “Intelligenza Emotiva“.

La nostra vita è un susseguirsi di scelte: come vestirci, cosa mangiare, quale musica ascoltare o quale libro leggere e tutte queste decisioni, comprese quelle importanti e personali come la scelta del proprio lavoro o del nome di un figlio, sono prese, nostro malgrado, per condizionamento sociale e non come invece riteniamo, in “autonomia”.

Influenza Invisibile

Tempo fa fui letteralmente rapita dalla copertina di un libro di Jonah Berger, ”Influenza Invisibile – Le forze nascoste che plasmano il nostro comportamento” edito da Egea. Leggo dal risvolto della copertina che l’autore, Jonah Berger ha avuto numerose ricerche pubblicate sulle più importanti riviste accademiche e, in versione divulgativa su New York Times, The Wall Street Jounal, Science Harvard Business Review oltre ad essere state incluse nella lista “Year in Ideas” del New York Times Magazine. Berger professore associato di Marketing presso la Wharton School della University of Pennsylvania è anche autore del best seller “Contagioso – Perché un’idea e un prodotto hanno successo e si diffondono“.

Secondo l’analisi di Jonah Berger la maggior parte delle nostre scelte è di fatto dettata da una “influenza invisibile”: egli esplora il potere sottile e segreto dei fattori che influenzano il nostro comportamento, dai prodotti che compriamo allo stile di vita che adottiamo.

Che siano i nostri pensieri e le nostre opinioni personali a determinare le nostre scelte sembra ovvio eppure di fatto, è un’idea sbagliata.

Senza esserne consapevoli, gli altri hanno una enorme influenza su tutto ciò che facciamo. Certe volte ci comportiamo in un modo conforme a quello che vediamo fare agli altri: votiamo se gli altri votano, corriamo più veloci se qualcuno si allena sul tapis roulant affianco al nostro, anche le nostre posizioni politiche tendono a essere influenzate da posizioni preconcette espresse da partiti, movimenti e opinion leader in cui ci identifichiamo o di cui ci fidiamo. Ci allineiamo.

Altre volte, invece, l’influenza sociale ci porta a fare l’esatto opposto: evitiamo di suonare il clacson in mezzo al traffico perché non vogliamo essere “uno di quelli”, ci comportiamo in modo da mostrare che facciamo la cosa diversa da quella che vediamo fare agli altri. Ci distinguiamo.

Si verifica il cosiddetto “effetto snob”: quante più le persone che possiedono o usano una cosa sono numerose, tanto meno le altre sono interessate ad acquistarla o a utilizzarla. La maggior parte di noi non vuole essere l’unica persona a fare una determinata cosa, ma se troppe persone iniziano a farla, preferiamo fare qualcos’altro.

Nella dinamica di questi processi, con meccanismi a volte di attrazione e a volte di repulsione entra in gioco il concetto di “identità” ed il confronto tra la propria identità e quella che noi percepiamo di altri.

Influenza: bene o male?

Il fatto che le nostre scelte siano fortemente influenzate e non prese direttamente da noi non rappresenta necessariamente un male. L’influenza sociale così come attentamente analizzata da Berger sembra spingerci a essere sia uguali sia diversi, e non esiste un modo giusto di essere.

Il contesto in cui cresciamo influenza sia il modo in cui ci comportiamo, sia quello in cui interpretiamo i nostri comportamenti. Mentre qualcuno vuol vedere sé stesso come un essere unico e speciale, qualcun altro è ben felice di conformarsi alla maggioranza.

Lo studio dell’influenza offre spunti di riflessione che vanno oltre il mondo del marketing cui prevalentemente si rivolge; la leadership, per esempio, è quasi per definizione una questione di influenza. Tutti i comportamenti organizzativi risentono delle molteplici influenze di cui sono espressione.

L’iperconnessione in cui oggi viviamo, ci espone ad ogni tipo di influenza; a quella “innocua” proveniente dai blog delle fashion blogger e a quella più pericolosa e manipolatoria, supportata spesso da fatti non veritieri, messa in atto da altri “influencer”.

Acquisire una maggiore consapevolezza del perché emuliamo e del perché ci distinguiamo è di fondamentale importanza, per questo trovo rilevante il contributo che Berger ci offre con il suo libro: ci aiuta a distinguere “l’influencer” dal terreno in cui l’influenza attecchisce, la scintilla dall’incendio del bosco, per utilizzare l’analogia tra un’epidemia sociale e gli incendi boschivi spiegata dal sociologo Duncan Watts secondo cui: «i grandi incendi non sono innescati da grandi scintille; perché si diffondano, molti singoli alberi devono prendere fuoco e contribuire alla propagazione delle fiamme».