Possiamo leggere un libro da soli, seguire una lezione da soli, prendere appunti e riflettere in autonomia.

Eppure una parte importante dell’apprendimento può emergere proprio quando ciò che pensiamo incontra il punto di vista di qualcun altro.

Non perché gli altri abbiano necessariamente la risposta giusta, ma perché il confronto ci porta a fare qualcosa che da soli facciamo meno spesso: spiegare ciò che pensiamo, chiarirlo, metterlo alla prova, ascoltare un’alternativa e, se serve, rivedere la nostra posizione.

È in questo passaggio che il confronto può diventare qualcosa di più di una semplice conversazione: può diventare parte del processo di apprendimento.

Quando il confronto aiuta a capire meglio

Uno studio pubblicato su Science ha osservato cosa accade quando gli studenti rispondono individualmente a una domanda concettuale, discutono la risposta con altri e poi affrontano una nuova domanda sullo stesso concetto.

Il risultato interessante è che la comprensione poteva migliorare anche quando, all’inizio della discussione, nessuno nel piccolo gruppo aveva individuato la risposta corretta.

Questo suggerisce qualcosa di importante: il vantaggio del confronto non dipende soltanto dalla presenza di qualcuno che “sa già” e trasmette la soluzione agli altri. Il ragionamento condiviso può aiutare le persone a costruire una comprensione migliore durante il confronto stesso.

Una ricerca successiva sulla peer instruction, cioè sull’apprendimento attraverso il confronto tra pari, ha approfondito questo meccanismo. Dopo aver discusso una risposta con un compagno, gli studenti risultavano mediamente più accurati e più sicuri delle proprie risposte.

Gli autori hanno osservato anche quello che definiscono un process gain: in determinate condizioni, il risultato ottenuto attraverso l’interazione poteva essere migliore di quello prevedibile considerando soltanto le risposte individuali di partenza.

Naturalmente questo non significa che qualsiasi discussione produca automaticamente un apprendimento migliore.

Significa piuttosto che confrontarsi può attivare processi di rielaborazione che il lavoro individuale, da solo, non sempre genera.

Spiegare agli altri significa chiarire anche a noi stessi

Quando dobbiamo esprimere un’idea ad alta voce, non possiamo limitarci alla sensazione di averla capita.

Dobbiamo darle una forma.

Dobbiamo trovare le parole, collegare i passaggi, motivare una scelta, rispondere a una domanda.

Ed è proprio in quel momento che possono diventare visibili punti poco chiari, contraddizioni o presupposti che prima non avevamo notato.

Anche ascoltare un ragionamento diverso può avere lo stesso effetto. Non è necessario che l’altro ci convinca. A volte basta una domanda inattesa per obbligarci a guardare il problema da una prospettiva nuova.

Per questo il valore del confronto non sta necessariamente nel raggiungere tutti la stessa conclusione.

Può stare anche nel rendere il nostro pensiero più consapevole e meno automatico.

Una community non è semplicemente un gruppo di persone

Questo punto diventa ancora più interessante quando dal confronto occasionale passiamo all’idea di community.

Nella letteratura scientifica esiste da tempo il concetto di Community of Practice, comunità di pratica: gruppi di persone accomunati da un’attività, da competenze o interessi condivisi e dal desiderio di imparare o migliorare la propria pratica.

Una vasta revisione della letteratura pubblicata sull’Academy of Management Annals mette in evidenza proprio questi elementi.

Non basta appartenere allo stesso gruppo. Ciò che caratterizza una comunità di pratica è l’esistenza di qualcosa che le persone fanno, conoscono, approfondiscono e desiderano migliorare insieme.

È una differenza sostanziale.

Una piattaforma non è automaticamente una community.

Una chat non è automaticamente una community.

E nemmeno riunire molte persone con interessi simili garantisce che si generi apprendimento.

Lo spazio può facilitare l’incontro. Ma è ciò che accade dentro quello spazio a fare la differenza.

Pensare insieme

Igor Pyrko, Viktor Dörfler e Colin Eden hanno utilizzato un’espressione particolarmente efficace per descrivere ciò che può rendere significativa una Community of Practice: thinking together, pensare insieme.

Nel loro lavoro, pubblicato su Human Relations, descrivono persone che si aiutano reciprocamente a comprendere problemi appartenenti a un ambito di interesse comune. Attraverso questo processo possono circolare non soltanto informazioni esplicite, ma anche quel sapere più difficile da formalizzare che nasce dall’esperienza.

Questo cambia il modo di intendere una community.

Il suo valore non sta necessariamente nell’avere sempre qualcuno che fornisca una risposta, quanto nella possibilità di incontrare:

  • una domanda che non ci eravamo posti;
  • un’esperienza diversa dalla nostra;
  • un tentativo che ha funzionato oppure no;
  • un’interpretazione alternativa;
  • un problema reale su cui ragionare insieme.

In altre parole, una community non diventa uno spazio di apprendimento semplicemente perché mette insieme delle persone. Lo diventa quando quelle persone iniziano davvero a pensare insieme.

Dal corso alla pratica

Durante un corso possiamo acquisire strumenti, modelli e nuove prospettive.

In Accademia lavoriamo proprio perché la formazione possa continuare anche dopo il corso.

Ma spesso una parte significativa del lavoro comincia quando torniamo nella vita quotidiana e proviamo a utilizzare ciò che abbiamo imparato.

È lì che arrivano le domande concrete.

Come applico questa cosa in questa situazione?

Perché qui ha funzionato e là no?

Sto interpretando correttamente quello che è successo?

Qualcun altro ha incontrato lo stesso problema?

Il confronto con chi condivide un percorso o una pratica può diventare particolarmente utile proprio in questa fase: quando la conoscenza incontra l’esperienza.

Non per sostituire lo studio individuale, la formazione o la riflessione personale, ma per affiancarli.

Perché imparare può essere anche un’attività individuale.

Ma non è necessariamente un processo solitario.

È anche da qui che nasce la nostra Community

La Community privata di Accademia Italiana di PNL nasce da questa idea: creare uno spazio in cui chi ha condiviso con noi un percorso possa continuare a incontrare domande, esperienze, riflessioni e punti di vista.

Non per prolungare artificialmente un corso.

Ma perché ciò che accade dopo un corso può essere altrettanto importante: provare, osservare, confrontarsi, rielaborare e continuare a imparare.

Fonti e approfondimenti

Smith, M.K., Wood, W.B., Adams, W.K., Wieman, C., Knight, J.K., Guild, N. & Su, T.T. (2009).
Why Peer Discussion Improves Student Performance on In-Class Concept Questions.
Science, 323(5910), 122–124.
DOI: 10.1126/science.1165919

Tullis, J.G. & Goldstone, R.L. (2020).
Why does peer instruction benefit student learning?
Cognitive Research: Principles and Implications, 5, 15.
DOI: 10.1186/s41235-020-00218-5

Pyrko, I., Dörfler, V. & Eden, C. (2017).
Thinking together: What makes Communities of Practice work?
Human Relations, 70(4), 389–409.
DOI: 10.1177/0018726716661040

Nicolini, D., Pyrko, I., Omidvar, O. & Spanellis, A. (2022).
Understanding Communities of Practice: Taking Stock and Moving Forward.
Academy of Management Annals, 16(2), 680–718.
DOI: 10.5465/annals.2020.0330