Ti è mai capitato di prendere in mano il telefono per fare una cosa precisa e, qualche minuto dopo, ritrovarti a scorrere messaggi, notizie o social senza ricordare bene perché lo avevi preso? Oppure di percorrere in auto una strada conosciuta e arrivare a destinazione con la sensazione di non aver prestato quasi attenzione al tragitto?

Sono piccoli esempi di quanto gli automatismi mentali facciano parte della nostra vita quotidiana. Non c’è niente di strano, anzi: il nostro cervello è straordinariamente bravo a risparmiare energia e a rendere automatico ciò che facciamo spesso.

Se ogni mattina dovessimo decidere consapevolmente come lavarci i denti, come allacciarci le scarpe, come guidare o come digitare sulla tastiera, esauriremmo una quantità enorme di attenzione in attività banali. L’automatismo è quindi una risorsa fondamentale.

Il problema nasce quando, insieme ai gesti utili, rendiamo automatici anche modi di pensare, interpretare, reagire e comportarci che magari non ci sono più utili.

È lì che una domanda apparentemente semplice diventa interessante: quanta parte della nostra vita stiamo realmente scegliendo e quanta, invece, stiamo semplicemente ripetendo?

IL TUO CERVELLO AMA RISPARMIARE FATICA

La ricerca psicologica sulle abitudini mostra che, quando ripetiamo lo stesso comportamento in circostanze simili, il contesto può diventare progressivamente un segnale che attiva quella risposta con sempre meno deliberazione cosciente.

Wendy Wood, una delle studiose più autorevoli nel campo delle abitudini, descrive infatti le abitudini come una modalità efficiente e “di default” con cui il comportamento può essere guidato in situazioni ricorrenti. In altre parole, all’inizio scegliamo; poi, ripetendo, impariamo; e quando l’apprendimento è sufficientemente consolidato, non abbiamo più bisogno di scegliere tutto da capo ogni volta.

È un meccanismo magnifico quando ci permette di guidare senza pensare alla posizione di ogni piede o di prepararci il caffè mentre stiamo già pensando alla giornata. Diventa meno magnifico quando continuiamo a fare qualcosa che non vogliamo più fare, oppure quando reagiamo sempre nello stesso modo a una certa persona, a una difficoltà o a un pensiero.

IL PROBLEMA NON È AVERE AUTOMATISMI. È NON ACCORGERSI DI AVERLI

Prova a pensare a una situazione che tende a irritarti. Potrebbe essere un’osservazione di un collega, un comportamento del partner, una telefonata di un cliente, oppure semplicemente una mail arrivata nel momento sbagliato.

Succede qualcosa e quasi immediatamente parte una sequenza conosciuta: interpretiamo, commentiamo mentalmente, proviamo un’emozione e reagiamo. Magari mezz’ora dopo ci diciamo che la prossima volta saremo più calmi, più lucidi o semplicemente meno prevedibili.

Poi arriva la prossima volta e facciamo esattamente la stessa cosa.

Questo è il punto: spesso non ci manca la conoscenza. Sappiamo già cosa sarebbe meglio fare. Il problema è che sapere qualcosa non significa ancora essere in grado di farla nel momento in cui serve.

CONOSCERE QUALCOSA NON SIGNIFICA ANCORA SAPERLO FARE

Possiamo sapere perfettamente che dovremmo mantenere la calma e perdere comunque la pazienza. Possiamo sapere che una certa preoccupazione non serve e continuare a preoccuparci. Possiamo sapere che dovremmo iniziare un progetto e continuare a rimandarlo. Possiamo perfino sapere che il telefono sul comodino non migliora il nostro sonno e lasciarlo lì ogni sera.

È uno dei paradossi più interessanti del cambiamento: la consapevolezza intellettuale è importante, ma non basta.

Andrew Huberman, parlando di formazione e interruzione delle abitudini, collega questo processo alla neuroplasticità: imparare significa modificare progressivamente i circuiti neurali attraverso l’esperienza. L’obiettivo di un’abitudine consolidata è proprio arrivare a un livello di automaticità in cui il comportamento richieda sempre meno sforzo deliberato.

Questo significa anche che cambiare non consiste semplicemente nel “capire” qualcosa. Significa costruire abbastanza esperienza diversa perché il nuovo modo di pensare o di agire diventi progressivamente più accessibile e naturale.

QUANDO LA RIPETIZIONE DIVENTA “CHI SIAMO”

In “Cambia l’abitudine di essere te stesso”, Joe Dispenza insiste su un’idea centrale: ciò che pensiamo, facciamo e sentiamo ripetutamente può diventare sempre più familiare, fino a contribuire a quello che percepiamo come la nostra personalità e il nostro abituale stato dell’essere.

La parte interessante non è tanto l’etichetta, quanto il passaggio psicologico che ne deriva. Quando una reazione viene ripetuta per anni, smettiamo facilmente di percepirla come qualcosa che facciamo e cominciamo a percepirla come qualcosa che siamo.

Non diciamo più: “In questa situazione tendo a reagire così”. Diciamo: “Io sono così.” Ed è una differenza enorme, perché un comportamento può essere osservato e modificato; un’identità, invece, tende a sembrarci una verità.

“SONO FATTO COSÌ” È UNA FRASE MOLTO POTENTE. FORSE TROPPO

“Sono ansioso.”
“Sono impulsivo.”
“Non riesco a parlare in pubblico.”
“Non so dire di no.”
“Non sono portato per queste cose.”

Sono frasi comuni, ma hanno un effetto particolare: trasformano un comportamento o uno stato in una definizione di identità.

C’è invece una grande differenza tra dire “sono ansioso” e domandarsi: “Che cosa faccio, mentalmente e fisicamente, quando entro nello stato che chiamo ansia?”

La prima frase definisce chi siamo. La seconda descrive un comportamento e i comportamenti sono sotto il nostro controllo; possono essere osservati, allenati e modificati.

Questa considerazione è coerente con il processo di cambiamento in Programmazione Neuro-Linguistica: non serve chiedersi “che cosa c’è che non va in me?” o “da dove nasce questo malessere?”.

La domanda più importante è “come”: “Come faccio a fare quello che faccio? Come faccio a produrre i risultati che produco? Cosa faccio per creare stati di ansia/depressione…?”

Serve osservare come costruiamo una determinata esperienza. Che cosa pensiamo? Che immagini produciamo? Dove portiamo l’attenzione? Che cosa ci diciamo? Quali significati attribuiamo a ciò che accade?

NON VEDIAMO SEMPLICEMENTE LA REALTÀ: LE DIAMO UN SIGNIFICATO

Immagina di inviare un messaggio importante. La persona lo legge, passano due ore e non risponde. Il dato oggettivo è molto semplice: non ha ancora risposto. Poi comincia tutto il resto: “Forse si è offeso. Forse non gli interessa. Forse abbiamo detto qualcosa di sbagliato. Forse è il solito comportamento”. In pochi minuti siamo passati da un dato osservabile a una storia completa di motivazioni, intenzioni e conseguenze.

Poi arriva il messaggio: “Scusa, ero in riunione”. Fine del film.

Il punto non è sostenere che le interpretazioni siano sempre sbagliate. A volte sono corrette. Il punto è che spesso reagiamo non soltanto a ciò che è accaduto, ma anche al significato che abbiamo attribuito a ciò che è accaduto. Ed è proprio in quello spazio fra evento e interpretazione che può aumentare la nostra capacità di scelta.

QUANTO TEMPO SERVE PER CAMBIARE UN’ABITUDINE?

Qui vale la pena sfatare un mito molto resistente: l’idea che bastino 21 giorni per creare una nuova abitudine.

La ricerca sulla formazione delle abitudini mostra una realtà molto meno elegante, ma molto più interessante: i tempi cambiano notevolmente da persona a persona e da comportamento a comportamento.

In uno studio molto citato condotto da Phillippa Lally e colleghi, il tempo necessario per avvicinarsi a un livello stabile di automaticità variava ampiamente tra i partecipanti. Questo è un buon promemoria: il cambiamento non funziona come un interruttore acceso/spento e non esiste una scadenza universale dopo la quale un comportamento diventa automaticamente facile.

La parte incoraggiante è che l’apprendimento è progressivo. Non serve essere perfetti ogni giorno; serve ripetere abbastanza spesso il nuovo comportamento perché diventi più disponibile, più familiare e meno faticoso.

UN PICCOLO ESPERIMENTO: PROVA A SORPRENDERTI SUL FATTO

Per le prossime 24 ore, prova a non cambiare niente. Limitati a osservare tre automatismi.

Potrebbe essere il gesto con cui prendi il telefono appena hai un momento vuoto, la frase che compare nella tua mente quando qualcosa va storto, la reazione che hai quando qualcuno ti contraddice oppure l’interpretazione immediata che dai a un silenzio.

Non giudicarli e non cercare subito di correggerli. Annotali.

Il primo passaggio del cambiamento non è sempre fare qualcosa di diverso. A volte è semplicemente riuscire a vedere ciò che fino a quel momento accadeva senza che ce ne accorgessimo.

LA LIBERTÀ NON È NON AVERE AUTOMATISMI

Sarebbe impossibile, e anche poco desiderabile.

La libertà non consiste nel dover scegliere consapevolmente ogni gesto, ogni pensiero e ogni risposta. Consiste piuttosto nell’avere più di una risposta disponibile quando quella abituale non ci è utile.

Se posso reagire soltanto in un modo, la mia scelta è limitata. Se invece riesco ad accorgermi di ciò che sto facendo e ho accesso anche a una seconda, terza o quarta possibilità, allora cambia qualcosa.

Questo è uno dei principi più interessanti della PNL: aumentare la flessibilità, ampliare le opzioni, evitare che un unico schema diventi l’unico modo possibile di reagire.

ALLORA: CHI STA GUIDANDO?

Forse la domanda più utile non è “sono libero?”, perché è troppo grande e astratta.

È più interessante chiedersi: quando qualcuno mi critica, quanto sto scegliendo la mia risposta? Quando qualcosa non va come previsto? Quando penso al futuro? Quando provo paura? Quando mi arrabbio? Quando continuo a rimandare qualcosa che per me è importante?

Non abbiamo bisogno di controllare ogni secondo della nostra vita, ma possiamo diventare più curiosi nei confronti dei momenti in cui il pilota automatico prende il volante.

Perché forse la vera libertà non consiste nel vivere senza automatismi, ma nel riuscire abbastanza spesso a riconoscere chi sta guidando e decidere se vogliamo continuare a lasciargli il volante.

DA DOVE COMINCIARE

Se vuoi approfondire il modo in cui pensieri, linguaggio, stati interni e comportamenti interagiscono tra loro, puoi scoprire che cos’è la Programmazione Neuro-Linguistica e come viene utilizzata in Accademia.

E se vuoi imparare a riconoscere e modificare concretamente alcuni dei tuoi schemi automatici, puoi conoscere il corso Licensed NLP Practitioner, il primo livello della formazione in PNL.